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De Luca in tribunale a Salerno
De Luca in tribunale a Salerno

Caso termovalorizzatore, De Luca come Bassolino: “Ho firmato senza vedere”. E monta il giallo prescrizione

Il caso termovalorizzatore per il governatore De Luca ha lo stesso tenore di quello che fu il caso rifiuti per il suo predecessore Bassolino.

Come l’ex esponente del Pci, che disse di firmare le ordinanze commissariali in piena emergenza rifiuti senza leggere, così il nuovo presidente ha dichiarato di aver sottoscritto l’ordinanza di nomina a project manager di Alberto Di Lorenzo “senza vedere nulla, perchè avevo piena fiducia negli uffici competenti che la prepararono e perchè non avevo alcuna competenza tecnica per poter valutare”.

Il primo fu assolto da ogni accusa. Il secondo sta cercando l’assoluzione in appello, per ribaltare la condanna per abuso d’ufficio che, a causa della Severino, mette a rischio il suo ruolo di governatore della Campania. E la sua prima volta in un’aula di giustizia, seduto al banco dei testimoni per rendere dichiarazioni spontanee, è la carta che si gioca con i giudici sulla sua credibilità di uomo e di amministratore.

L’attesa. Parla per un quarto d’ora appena, Vincenzo De Luca. Usando toni pacati, privi di quell’accento autoritario che da sempre lo contraddistingue. Nessuna battuta sul “reato linguistico“. Al sarcasmo si abbandona solo quando, dal banco dei difensori dove siede prima di parlare ai giudici, si volta indietro a vedere la stuola di telecamere e flash che lo seguono. “Niente Isis, per fortuna”, sibilla nel suo ghigno. Poi si fa serio e avvia la sua cronistoria dei fatti che da sindaco di Salerno lo portarono a diventare commissario straordinario per la realizzazione del termovalorizzatore.

La testimonianza. “Io sono interessato a questa vicenda per un colloquio di cinque minuti chiestomi dal rup“. Il rup è il dirigente comunale Mimmo Barletta, che – secondo De Luca – gli avrebbe chiesto un rinforzo tecnico per affrontare la questione termovalorizzatore. “Barletta mi sottopose una serie di problemi – racconta il governatore -: il carico di lavoro eccessivo per realizzare il progetto in tempi brevi, la necessità di avere una collaborazione e una sostituzione e il non sentirsi preparato ad affrontare le varie questioni tecnico-amministrative. Io mi limitai a prenderne atto, senza proporre nomi, retribuzioni e riorganizzazione del gruppo di lavoro. Non so nulla neanche della determina di pagamento“. E di certo non avrebbe saputo che poi la questione si sarebbe trasformata nel caso termovalorizzatore.

La fiducia nella giustizia. “Ho affrontato la questione con fiducia e rispetto nei confronti della giustizia – ha aggiunto -. Abbiamo scelto il giudizio immediato e rinunciato ai testimoni a discarico. Anche quando il collegio di primo grado è cambiato, abbiamo scelto di andare avanti. Questi sono i fatti per come li ho vissuti io, senza voler aggiungere i profili soggettivi…lasciamo perdere“. La stessa fiducia nella magistratura la esprime anche il suo capo staff di allora/project manager, Alberto Di Lorenzo che, nella sua deposizione, volendo fare un complimento a De Luca finisce inconsapevolmente a contraddire il suo ex sindaco. “De Luca – dice Di Lorenzo – era sempre concentrato, h24, sull’argomento“.

La requisitoria. Cosa che poi spingere il sostituto procuratore generale, Antonella Giannelli, a chiedersi, durante la requisitoria: “Se realmente il rup ha spiegato il motivo della necessità di un ulteriore incarico, perchè la motivazione non è stata verbalizzata nell’ordinanza di nomina?“. Esclude il peculato, il pg, ma insiste sull’abuso d’ufficio, incentrato proprio sulla mancanza di motivazione, che diventa così il vero nodo giudiziale del caso termovalorizzatore. La requisitoria della Giannelli si fa blanda sulla questione dolo, sulla volontà cioè di commettere o meno il presunto abuso. “Il dolo sta nella mancanza di motivazione – sottolinea il pge non in quegli elementi di colore evidenziati nella sentenza di condanna“. Gli elementi di colore sarebbero il “patto” tra i tre imputati esplicato dai giudici di primo grado. Ma la morbidezza nell’esposizione dei fatti, non impedisce all’accusa di chiedere la condanna a 11 mesi per De Luca e Di Lorenzo, un anno – invece – per Barletta.

Il giallo prescrizione. Lo scontro di un mese deriva dalla prescrizione dell’abuso d’ufficio legato alla nomina di Di Lorenzo, quindi all’ordinanza incriminata nel caso termovalorizzatore numero 4. Barletta non ne gode perchè ha rinunciato alla prescrizione con tanto di richiesta depositata per iscritto alla Corte. Cosa che non ha fatto nè De LucaDi Lorenzo, anche se poi – dopo il colpo di scena del legale di Barletta (l’avvocato Dambrosio) – anche i difensori del governatore e dell’ex capo staff (Carbone e Franco) annunceranno la stessa volontà da parte dei propri assistiti. Ma ciò non basta a ufficializzare la rinuncia: serve la firma di De Luca e Di Lorenzo.

L’indiscrezione. Il governatore ha già abbandonato l’aula, perchè deve preparare l’incontro con il premier Renzi a Caserta. Ma quando i siti on line danno la notizia della rinuncia alla prescrizione di De Luca, il presidente della Regione Campania, a distanza, chiede lumi ai suoi difensori, mentre la Corte è riunita in camera di consiglio, prima di sciogliere la riserva, rigetterà la richiesta di riaprire l’istruttoria in appello per sentire tre testimoni, tra cui il vicepresidente Fulvio Bonavitacola nella duplice veste di testimone e consulente di parte. Il rigetto vuol dire solo una cosa: il calendario già fissato sarà rispettato e il prossimo 5 febbraio De Luca saprà se avrà sconfitto la scure della Severino o sarà costretto ancora a dare battaglia in qualche aula di giustizia, dividendosi tra la Cassazione e la Consulta. Ma c’è anche un’altra ipotesi: nessuna rinuncia alla prescrizione e la Severino perderà efficacia, quindi De Luca sarà libero di governare.

 

© Angela Cappetta Tutti i diritti riservati

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