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Fonditori Salerno
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Crac Fonditori Salerno, sequestri per quattro milioni di euro a Barbato, Raimo e Giunta

Prendi una società sana leader nella lavorazione del ferro, come Fonditori Salerno. Col passar del tempo e degli amministratori la svuoti di commesse e di soldi. Apri un buco nel bilancio di 80 milioni di euro. Tenti la strada del concordato preventivo e di un piano di salvataggio che, solo di consulenti e commercialisti, ti costa quasi mezzo milione. Il Tribunale non lo fa passare e fallisci.

La Procura mette sotto inchiesta per associazione a delinquere e bancarotta fraudolenta 38 persone tra amministratori, commercialisti dalle consulenze d’oro e imprenditori complici di un giro di fatture false milionario. Ma il Tribunale del Riesame ti grazia, perché su 80 milioni bruciati ne sequestra solo quattro (euro più, euro meno) ai presunti responsabili.

A questo punto converrebbe a tutti fallire.

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Con un ritardo di quasi un anno dalla richiesta del pubblico ministero Vittorio Santoro, il Tribunale delle Libertà di Salerno ha ordinato il sequestro dei beni di alcuni degli indagati per il crac Fonditori Salerno.

Ad aprire la lista c’è il nome di Serafino Giunta, ex amministratore unico della società, a cui sono stati bloccati beni per oltre un milione e mezzo di euro. Seguono Pellegrino Barbato, commercialista e consulente della Fonditori, per un importo che sfiora il milione di euro, e Giuseppe Raimo, successore di Giunta, a cui è stato sequestrato un milione tondo tondo.

Il resto sono briciole (ovviamente dipende dai punti di vista), il cui peso viene spartito tra i vari imprenditori accusati di aver messo su un giro di fatture false a favore della società.

Il meccanismo finito sotto inchiesta e ricostruito dai finanzieri del Nucleo di polizia tributaria della guardia di finanza di Salerno, su delega del sostituto procuratore, poggerebbe su finti rapporti di compravendita e funzionava così: la Fonditori Salerno riceveva i presunti ordinativi da aziende che in realtà erano scatole vuote, commissionava i relativi acquisti di materiale in società conniventi (tutto accompagnato da una fatturazione virtuale), ma in realtà senza non c’era alcuna reale movimentazione di merce.

La documentazione serviva a ottenere dalle banche anticipazioni di credito, che sarebbero servite in parte a pagare alle imprese complici i costi dell’operazione mentre il resto sarebbe finito su alcuni conti correnti personali, per un importo calcolato di circa 8 milioni di euro: la metà rispetto al sequestro disposto il 2 maggio scorso dal Tribunale del Riesame di Salerno.

Nella relazione del curatore fallimentare Luigi Amendola si indica il 2009 come “l’annus horribilis” della Fonditori Salerno, quando la società “avrebbe dovuto affrontare scelte radicali, tra queste la messa in liquidazione – scrive il curatore – che invece non sono state adottate, essendosi limitati gli amministratori a rappresentare costose ipotesi di risanamento che mai hanno trovato un concreto assesto da parte del sistema bancario rimasto silente per la parte garantita dal privilegio ipotecario“.

Come il Monte dei Paschi di Siena, già noto a Salerno per un altro crac: quello del pastificio Amato.

 

© Angela Cappetta Tutti i diritti riservati

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