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Massimo Ghini a Salerno
Massimo Ghini a Salerno

Crac Ifil, l’Agenzia delle Entrate si accorge di Mario Del Mese ma la Fallimentare decreta il secondo salvataggio

Poi, il 28 gennaio 2013, succede che l’Agenzia dell’Entrate, l’ente che negli ultimi anni ha messo sotto torchio professionisti e imprenditori (i casi di suicidi non si contano più) si sveglia e scopre che tra i suoi debitori c’è anche Mario Del Mese con il rischio crac Ifil.

Finora sconosciuto al fisco – le indagini sul crac Amato hanno rivelato che non esisteva una sua dichiarazione dei redditi dal 2005 – il nipote dell’ex sottosegretario democristiano aveva tutto sommato condotto una vita di agi. Alberghi quattro stelle in Lussemburgo (Sofitel Luxembourg Le Gran Ducal una notte 239 euro), a Milano e Roma, continui spostamenti in lungo e largo per l’Italia e contratti di consulenza con l’Amato Re, la Esa costruzioni (per piazza della Libertà) e il consorzio stabile Soledid (per la Cittadella giudiziaria di Salerno). Mario Del Mese aveva in dotazione anche un’auto – una Lancia Delta intestata alla sua società – di cui il custode giudiziario ha più volte sollecitato la restituzione anche dopo il patteggiamento per la bancarotta fraudolenta dell’Amato spa.

Eppure, fino a che i finanzieri del nucleo tributario di Salerno non sono andati a “bussare alle porte” dell’Agenzia delle Entrate, l’ente non aveva mai intavolato la pratica “Mario Del Mese”. Quando a gennaio 2013, l’Agenzia decide finalmente di iscrivere a ruolo i debiti della Ifil, il pubblico ministero di Salerno, Vincenzo Senatore, ritorna all’attacco per chiedere ancora il fallimento della società.

I “nuovi elementi” – così come li chiama Senatore nella nuova richiesta del 26 febbraio 2013 – sono un debito verso l’erario cresciuto fino a 251.500 euro circa, il credito vantato dalla Esa nei confronti della Ifil (a cui frattanto aveva pagato quanto doveva) e i debiti verso l’Inps per poco più di mille euro. Il pm colpevolizzato dal Tribunale fallimentare di non aver “provato” lo squilibrio tra attivo e passivo tira le somme e calcola in 200 mila euro il famoso sbilancio.

Di fronte a sè Senatore trova di nuovo lo stesso collegio presieduto da Salvatore Russo e composto da Maria Elena Del Forno e Giorgio Jachia (giudice estensore), che già a dicembre aveva rigettato la richiesta. I nuovi elementi non servono a molto se non a salvare di nuovo Mario Del Mese e la Ifil. Come?

Il Tribunale fallimentare nega l’esistenza dei debiti previdenziali e di quelli contratti con la Esa costruzioni. Ma va oltre e, appellandosi alla legge che disciplina le società in liquidazione come la Ifil, sostiene che quella di Del Mese junior è in grado di far fronte con il suo patrimonio (un paio di scrivanie e qualche computer) a soddisfare i creditori. Anzi, il creditore: l’erario che, dopo varie sollecitazioni, si è accorto della Ifil. Ma anche in questo caso i magistrati trovano un cavillo giudiziario: “ci troviamo di fronte ad un solo creditore sociale, l’erario e quindi non essendovi una pluralità di creditori non vi può essere il rischio di una lesione dei suoi diritti”.

Poi, dopo il salvataggio, la Fallimentare si lava le mani e demanda al giudice d’appello la questione relativa all’entità del passivo e dell’attivo. Non fosse altro perchè stavolta non si poteva strigliare il pubblico ministero sulle prove raccolte.

 

© Angela Cappetta Tutti i diritti riservati

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