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Massimo Ghini a Salerno
Massimo Ghini a Salerno

Crac Ifil, i retroscena dell’Appello tra fascicoli “fuori posto” e proroghe del consulente dei giudici

Crac Ifil, scongiurato due volte dal Tribunale Fallimentare di SalernoMario Del Mese corre ai ripari.

Sul sito on line Subito.it finiscono i beni della società, quei pochi beni che ancora si trovano nella sede dove custodi e curatori giudiziari hanno fatto fatica a trovare le scritture contabili. On line finisce un ramo di azienda (ovviamente non quello di Mario, sequestrato dalla finanza), una cucina laccata, un paio di lampade, qualche poltrona e un divano. I potenziali acquirenti interessati ci sono, ma le risposte del venditore sono di gran lunga inferiori al numero delle richieste.

Eppure il giudice estensore delle due sentenze di rigetto, Giorgio Jachia, aveva giurato che la Ifil potesse, con il suo patrimonio, soddisfare le richieste dei creditori. E il pm Vincenzo Senatore aveva dovuto accettare la sconfitta. Per fortuna la giustizia italiana prevede tre gradi di giudizio e, fatto fuori il primo, non resta che adire la Corte d’Appello di Salerno. Qui, dove i processi dovrebbero essere più veloci, però, la giustizia si arena.

Il reclamo di Senatore (a cui si unisce anche il collega Francesco Rotondo) porta la data del 21 dicembre 2012: due giorni dopo il primo decreto di rigetto. La prima udienza viene fissata l’undici aprile 2013. I beni della Ifil sono già finiti su Subito.it, Mario Del Mese ha patteggiato la pena per il crac Amato e l’auto intestata alla società è stata restituita dopo varie sollecitazioni. I sostituti procuratori contestano la “cassa non rinvenuta” che per la Fallimentare ha salvato la Ifil e i beni “trovati nella casa di Del Mese, che – sempre per i giudici di primo grado – avrebbero consentito alla società di evitare il crac.

Ma in Appello succede ciò che nessuno avrebbe mai immaginato e che nessun utente della giustizia si auguri che accada. La prima udienza viene rinviata perchè il collegio di secondo grado presieduto dal presidente Francesco Paolo Ferrara decide di nominare un consulente tecnico. Vincenzo Abate assume l’incarico di scavare nelle carte della Ifil e di depositare la sua relazione sulla capacità patrimoniale della società. Fin qui niente di strano, ma tutto deve essere pronto almeno un mese prima della successiva udienza fissata per l’11 luglio 2013.

Quando la polizia giudiziaria su mandato della procura va in cancelleria a ritirare la perizia, la relazione del consulente non c’è e il fascicolo sulla Ifil non si trova. La pg scrive al pm: “fascicolo fuori posto”. Sarà rinvenuto qualche giorno dopo in un posto diverso da dove doveva essere tenuto. Trovate le carte – ma senza svelare l’arcano della scomparsa temporanea – sulla strada della giustizia c’è un altro intoppo: il ct nominato dal collegio d’Appello chiede 120 giorni di proroga per il deposito della sua relazione e lo chiede in due tempi (prima 90 e poi 30 giorni). Il presidente Ferrara autorizza entrambe le richieste, eppure sulla Ifil erano state scritte perizie su perizie: quella del custode giudiziario, quella del consulente della procura Tommaso Nigro e le informative della finanza. Tutte perizie di parte, ma i numeri c’erano ed erano chiari.

La relazione di Abate viene depositata il 15 maggio 2014. Il mese successivo ci sarà la terza udienza. Nelle nuove carte c’è il colpo di scena. Vincenzo Abate dice che la situazione patrimoniale della Ifil è critica, riconosce i debiti verso l’erario, i fornitori e l’Inps ma dice pure che la società può contare sul credito vantato nei confronti dell’Amato Re: 178 mila euro. Si tratta dello stesso credito mai contestato dal curatore dell’immobiliare della famiglia Amato, Enrico Lanzara (che lo ammise al passivo ai tempi del crac), ma si tratta anche dello stesso credito che proprio Lanzara ha dichiarato più volte di non poter mai essere soddisfatto perchè l’immobiliare non è riuscita a vendere all’asta i propri beni. E “vista la crisi del settore immobiliare e non” – aveva riferito Lanzara – non dovrebbe essere facile uscire dall’empasse.

Le aste giudiziarie dell’Amato Re sono andate tutte deserte. La villa a Vietri della famiglia Amato (compresa nella massa patrimoniale) non è stata ancora venduta e il rudere del vecchio pastificio è ancora oggetto di contesa (giudiziaria) tra il curatore dell’Amato spa e l’immobiliare stessa. Tutto ciò però sembra che al consulente della Corte d’Appello nessuno lo abbia detto e che tantomeno i giudici di secondo grado si stiano interessando della questione, dal momento che il terzo rinvio è arrivato puntuale e inaspettato il 16 giugno scorso. Chissà se il 27 novembre (quarta udienza) i vari uffici della giustizia avranno trovato un modo migliore di comunicare, visto che nessuno legge i giornali. E chissà se qualcuno della Ifil avrà risposto a quei potenziali acquirenti interessati che evidentemente hanno bisogno di qualche lampada per leggere meglio.

 

© Angela Cappetta Tutti i diritti riservati

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