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L'ingresso del Tar di Salerno
L'ingresso del Tar di Salerno

Tar Salerno, facevano soldi truffando le compagnie telefoniche: arrestato dirigente

Al Tar Salerno, lo scandalo corre sui fili delle linee telefoniche intestate al Tribunale amministrativo ma utilizzate da sconosciuti – rimasti anonimi – e anche da qualche pregiudicato intercettato in altre inchieste per sviare i magistrati.

Al Tar Salerno, lo scandalo scoppia quando il dirigente Felice Della Monica, considerato dagli inquirenti una sorta di complice interno per truffare le compagnie telefoniche e favorire i relativi promotori, già licenziato a Salerno viene reintegrato ma trasferito a Napoli.

E’ alla sezione lavoro del Tribunale di Napoli che Della Monica avrebbe ripreso la sua attività di funzionario pubblico il 25 giugno scorso, con un’indagine sulle spalle per truffa aggravata e peculato, se non fosse stato arrestato e messo ai domiciliari dal gip di Salerno, Elisabetta Boccassini.

Quattro arresti ai domiciliari per due dipendenti pubblici e altrettanti promotori telefonici e sei obblighi di firma per altrettanti promoters: finisce così l’inchiesta del pubblico ministero di Salerno, Vittorio Santoro, che a maggio scorso ha chiuso il fascicolo sul presunto meccanismo criminale messo a punto ai danni del Tar di Salerno e delle principali maggiori compagnie telefoniche italiane e basato su una truffa da mezzo milione di euro.

Truffa che i finanzieri del nucleo di polizia tributaria di Salerno ha ricostruito così: a nome del Tar venivano stipulate convenzioni e schede di adesione ritenute false che però non venivano registrate negli uffici del Tribunale, tanto che nella contabilità del Tar non sono stati trovati i contratti stipulati con le compagnie telefoniche.

In compenso, il giro di schede ammontava ad oltre 2.500 chip per 899 cellulari che sarebbero dovuti andare in dotazione dei dipendenti.

Ma se al Tar Salerno lavorano 30 funzionari, perchè tanti telefonini? E’ questa la domanda che ha fatto scattare le indagini e concentrare l’attenzione su dirigente e promotori telefonici.

Si parte dal 2007, con la stipula della convenzione denominata “Tim Affare Fatto Gold“: 1.246 schede Sim e 889 cellulari. Poi, prima della scadenza dei due anni dalla sottoscrizione, i promotori effettuavano il passaggio degli abbonamenti alla Vodafone, in modo da beneficiare di ulteriori provvigioni e piazzare altre 1.305 schede Sim, ancora una volta intestate al Tar Salerno.

Negli anni successivi, le sim intestate al Tar Salerno sono passate nella gestione di  Wind, H3G, Poste Mobile e BT Italia, sempre dietro il rilascio di idonei compensi percepiti dai promotori.

Dov’era il guadagno? I promotori usufruivano delle provvigioni a seconda delle convenzioni stipulate. In compenso, il Tar Salerno si esponeva a debiti per mezzo milione di euro con le varie compagnie telefoniche, a cui venivano pagate le prime bollette, mentre il resto veniva evaso.

Il dirigente Della Monica aveva anche cercato di pagare i debiti del Tar, e lo aveva fatto tentando di mettere su una sorta di colletta tra i vari soggetti a cui erano state distribuite le schede. Ma non c’era riuscito.

Tra i promotori telefonici finiti ai domiciliari c’è Carlo Avallone, considerato dagli inquirenti la mente dell’operazione, anche perchè già coinvolto in una inchiesta simile. Avallone, da qualche mese, sarebbe in Brasile.

Gli altri promoters sono Vincenzo Adinolfi, Gerardo Attianese, Giovanni Cincotti, Gianpaolo De Simone, Roberto Della Monica, Alessandro Scarfiglieri e Veronica Pepillo.

Le accuse del pm sono pesanti e vanno dalla truffa al peculato, alla frode, all’associazione a delinquere, al falso e all’abuso d’ufficio. L’ordinanza del gip, invece, è più lieve, non conferma l’associazione nè il peculato, facendo cadere così le ipotesi più fastidiose.

A questo punto, viene da porsi l’ultima domanda: se Della Monica non fosse stato reintegrato nel suo ruolo di funzionario pubblico al Tribunale di Napoli, le misure cautelari sarebbero scattate lo stesso?

Una nota ufficiale della procura di Salerno risponde così: “Il gip, in ragione anche di detto reintegro, ha adottato la misura cautelare nei confronti dello stesso, ritenendo sussistente tanto il pericolo di reiterazione di condotte analoghe quanto quello di inquinamento del quadro probatorio“.

Potere della giustizia o passo falso dell’indagato?

 

© Angela Cappetta Tutti i diritti riservati

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