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Termovalorizzatore: De Luca condannato per una nomina silente e inventata

Questione di lingua o di stile?

Da un lato c’è il sindaco decaduto di Salerno, Vincenzo De Luca, che nel processo sulla realizzazione mancata del termovalorizzatore si ritiene condannato per un reato linguistico.

Dall’altro lato c’è il Tribunale giudicante che gli oppone una “motivazione di mero stile“.

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Al centro della controversia resta comunque la nomina di Alberto Di Lorenzo a project manager dell’inceneritore che è costato a De Luca la corsa a governatore Pd della Campania sotto il peso di una condanna per abuso d’ufficio e della Legge Severino che gli vieterebbe, in caso di vittoria la proclamazione.

Una “nomina silente”, dicono i giudici, la cui spiegazione “va rinvenuta nel fatto che, in quella sede e in quella situazione, ogni parola aggiunta avrebbe aumentato il rischio di rendere il provvedimento ulteriormente attaccabile e censurabile”.

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La premessa sta nel fatto che, come ha contestato il pm Roberto Penna, la figura del project manager non è prevista dal codice degli appalti, ma sarebbe stata solo un doppione del più noto responsabile del procedimento che, tra l’altro era stato già individuato nell’ingegnere Domenico Barletta.

Ma perchè quella nomina è silente?

I giudici dicono che nell’ordinanza numero 4 del 18 febbraio 2008 non è stato specificato nè il ruolo di Di Lorenzo nè il perchè la scelta della nomina fosse ricaduta sul capo staff dell’allora sindaco.

Ma c’è un altro dato su cui sembra essersi imputato il Tribunale: “l’accertata falsità delle giustificazioni postume“, attestata tramite le testimonianze rilasciate dagli imputati prima di essere condannati.

Tutto comincia dal viaggio a Torino di Barletta e Di Lorenzo, il 14 febbraio 2008, quando i due, parlando tra di loro avrebbero constatato la “complessità” del progetto da realizzare. Da qui sarebbe nata l’idea di nominare un project manager, visto anche il “passo indietro” annunciato dall’ex dirigente comunale Lorenzo Criscuolo.

Barletta, a sua volta, ne avrebbe parlato con De Luca e questi, dopo quattro giorni, ha autorizzato la nomina. L’ex sindaco, si legge nelle memorie difensive, sarebbe stato quasi “messo con le spalle al muro“. Ipotesi “azzardata” replicano i giudici che non trovano neanche la prova del passo indietro.

Infatti la versione non ha convinto il Tribunale, che ha parlato invece di “tentativo di giustificare ex post il provvedimento di nomina”.

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La prova per i giudici è l’omessa pubblicazione dell’ordinanza di nomina sul sito del Comune di Salerno. Scrive il collego presieduto da Ubaldo Perrotta: “al silenzio interno dell’ordinanza numero 4 corrispondeva il silenzio esterno del sito del Comune“.

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Perchè allora nominare proprio Di Lorenzo, se “all’interno del gruppo c’erano persone più qualificate”?

I giudici si danno questa spiegazione: “rapporti interpersonali strettissimi tra nominante (De Luca, ndr) e nominato (Di Lorenzo, ndr). E aggiungono: “la nomina in contestazione, lungi dall’essere finalizzata a perseguire esclusivamente una finalità pubblica, aveva l’unico scopo di svincolare Di Lorenzo dal gruppo di lavoro e attribuirgli una inventata posizione apicale, con conseguente riconoscimento di una più sostanziosa retribuzione“.

E di tutto ciò, i condannati ne sarebbero stati pienamente coscienti:

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Non c’è peculato, sostengono i giudici, perchè i 180mila euro liquidati al gruppo di lavoro sarebbero stati investiti comunque in un’opera di interesse pubblico, ma l’abuso d’ufficio resta.

Questione di lingua o di stile?

Il primo round va allo stile.

 

© Angela Cappetta Tutti i diritti riservati

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